Alba calda
Passo da qui perché mi pare un buon momento per scrivere. E perché mi sono dovuto alzare all'orario dei galli in preda ad un insopportabile e violentissimo raffreddore. La nota fragilità del mio rinofaringe si manifesta e mi tormenta, mi misuro, ho trentotto e mezzo di febbre, pensavo peggio. Se almeno passasse il mal di schiena. Ecco, mi lamento qui, dove nessuno può dirmi che ne faccio sempre una tragedia, manco avessi preso la malaria. Questa è libertà.
Vi racconto qualcosa di ieri. Un attimo, prendo gli occhiali. Presi. E ho anche ricollegato il PC all'alimentazione, per avere uno schermo più luminoso. Anzi no, vi racconto come ho sentito arrivare la febbre: qualche ora fa, già in condizioni non eccellenti, ho cominciato a tremare, ho indossato un pigiama, mi sono raggomitolato invano, sufficientemente intontito da non cogliere al volo che la temperatura si stava alzando. Poi, circa venti minuti fa, non ce l'ho fatta. Non nel senso che sono morto, almeno credo, ma nel senso che a letto non riuscivo più a starci. Sono convinto che sarà un raffreddore o un'influenza ad uccidermi, certo, magari non questa volta.
Ieri sono stato al cinema e ho visto due film, era un po' che non mettevo piede in cineteca. Ne vale la pena in questo periodo. Hanno dato l'ultimo di Herzog, quello che l'anno scorso avrebbe dovuto presentare alla Milanesiana e che non era stato ancora completato. Ha fatto un documentario sull'Antartide, ma alla sua maniera, niente pinguini che si accoppiano. Ormai è diventato fortemente refrattario ad ogni intellettualismo, anche scientifico, mi piace. In questo modo fa emergere sempre più il genio che è. Ho visto delle riprese incredibili, effettuate sotto uno strato di ghiaccio di due metri, tipo quelle che aveva già utilizzato in The wild blue yonder. Encounters at the end of the world, così si chiama, mi è piaciuto da morire, i matti che ha intervistato erano degni di Kinski. C'era persino un pinguino matto, uno che invece che dirigersi verso il mare aperto, come tutti i suoi compagni, ha preso a correre verso l'interno, pressoché infinito e ghiacciato, del continente. Mi sono venuti i brividi, non solo perché ho somatizzato il film: il pinguinologo (!) spiegava che, anche qualora l'avesse riportato indietro, il povero pinguino avrebbe in ogni caso ripreso la sua folle corsa verso una morte certa. Ovviamente mi sono interrogato sulla volontà e sulla coscienza del pinguino. Ma solo per poco. Il pinguino era il più matto di tutti, ma anche il più dolce, vi giuro, un momento al livello di Paese del silenzio e dell'oscurità. Ovviamente Herzog ha utilizzato il campo lungo e la macchina fissa, non saprei descrivervi questa macchia nera che si separa dal gruppo e punta verso il deserto bianco. Convinto esattamente come gli altri di quello che faceva.
Ieri, tra l'altro, ho visto dei matti veri, in carne ed ossa. Non posso specificare meglio in quale contesto, diciamo che è stata un'occasione per osservare il lato umano di un burbero potente. Che ora fa il paterno con me. La vita, a volte, è strana. Lo so, non ci avete capito nulla, ma va bene così.
Poi ho visto un classico, il Faust di Murnau, accompagnato dal vivo da un pianista. Niente di eccezionale, gli altri suoi film sono tutti molto più belli, Aurora resta insuperato e l'espressionismo del suo Faust è dozzinale rispetto a quello di Caligari. Però il finale mi è piaciuto, un inno all'amore davvero ingenuo, d'altri tempi, tutto sommato giusto nel contesto del film. Un amore poco concretizzato, con poche carezze, pochi baci e niente rose, un bambino di mezzo ed una netta distinzione tra bene e male verso cui, mio malgrado, continuo ad essere terribilmente attratto.
La febbre non scende, forse ricorrerò ad un antipiretico.
Già che ci sono, mentre si celebrano i quarant'anni della primavera parigina, faccio gli auguri a questo miserabile blog, che giovedì ha compiuto tre anni. Cazzo se sono invecchiato.