Levatacce e altri discorsi
Stamattina mi sono dovuto alzare ad un orario improponibile, le sei e mezza. Avevo un appuntamento esattamente due ore dopo, ma, guarda un po', le persone che avrei dovuto incontrare mi hanno tirato un pacco colossale, posticipando l'incontro alle undici. Sono in ufficio dalle otto, ho un sonno che potrei svenire da un momento all'altro e alle due e mezza devo trovarmi nel mio secondo ufficio (eh già, la scalata sociale si fa anche accumulando postazioni...). Sognavo di essere il subcomandante Marcos e mi ritrovo a fare il Julien Sorel de noantri, ma è un gioco e nulla più. Il fatto è che mi viene bene, la gente si fida facilmente del sottoscritto, faccio il mio dovere senza affaticarmi troppo, levataccia di stamane a parte. A volte mi chiedono in cosa consista esattamente il mio lavoro. Provo a descriverlo, senza pubblicare dettagli pericolosi. Immaginate un'azienda molto grande, molto famosa, senza particolari problemi di bilancio perché oltremodo tutelata, che da un giorno all'altro decide di fare le cose diversamente. Immaginate, senza dimenticare quello che avete immaginato prima, di dovervi porre tra l'incudine e il martello costituiti da due o tre personaggi molto potenti che spingono in direzioni opposte e di dover mediare desideri antitetici, ma con una difficoltà in più: mentre gli altri barano, io sono obbligato a rispettare (e far rispettare) le regole. Da quando ho capito che mi si chiede di fare l'ariete dell'una o dell'altra parte ho preso le misure a tutti. Un lavoro di relazione, insomma, e che mi fa produrre quintali di carta molto spesso inutile. Quando non ne ho le scatole piene, penso che sia il lavoro perfetto per me, disegnato attorno alla mia personalità, quando non ne posso più, penso di trasferirmi altrove, di cambiare vita. Rileggendo, viene fuori la rappresentazione di un'esistenza di una banalità sconcertante.



