Precari, banchetti e accattoni
Quasi totalmente rapito dal lavoro, passo le mie giornate a lasciare una traccia scritta di tutto ciò che faccio. Esattamente come prima, con la differenza che la mia produzione quotidiana consiste ormai solo di verbali, note e notarelle, appunti e resoconti. Per ogni incontro, ogni riunione, ogni triste organismo aziendale spreco fiumi di parole, seminando qua e là provocatorie considerazioni personali che nessuno è in grado di cogliere. Nella ridicola scala gerarchica in cui il mio ruolo è incastonato ho la fortuna di avere al di sopra di me pochi personaggi, la metà dei quali così imbecilli da non crederli reali. Mi sento un po' ingabbiato, inutile negarlo, circondato da ferventi cattolici, organizzati in sottogruppi molto simili a sette, alcune aggressive, alcune afflitte da un vittimismo cosmico e grottesco, avendo loro stesse contribuito a costruire il ghetto in cui riparano. Ignorante squallore generalizzato, forse non patognomonico di aziendalismo, insopportabile per chi non ha fatto tanta palestra e allargato le spalle. E il precariato, solo un dettaglio. Mi stanno pure rinnovando l'ufficio, potrò scegliermi la scrivania, modello e colore. Avrei bisogno di una cassettiera, di più spazio per i raccoglitori e di un fucile a canne mozze per abbattere quell'accattone che proprio non riesce a mandare giù il fatto di essere stato scartato dall'azienda a vantaggio del sottoscritto. A volte penso di cedergli il mio umile banchetto, di farlo accomodare - Toh, mio caro, è tutto tuo! - di ringraziare e tornare a servire alici e polpette. Scambio il mio tempo sociale con uno stipendio, trappola perfetta. Da cui uscirò tra una quarantina d'anni. Aumentano le cravatte nell'armadio, i soldi sul conto corrente, la polvere su cuore e cervello.
Che cosa resta di noi che scopiamo nel parcheggio?
Cosa resta di noi: un rottame di Volkswagen.
Il ricordo, si sa, trasfigura la realtà.
La verità se ne sta sulle stelle più lontane.
Ci rimane una città, un lavoro sempre uguale,
una canzone che fa da sottofondo all'Indecifrabile.
Cosa rimane di noi, ragazzini e ragazzine,
la domenica dentro le chiese ad ascolare la parola di Dio.
Il futuro era una nave tutta d'oro che noi pregavamo ci portasse via lontano.
Cosa rimane di noi ora che ci siamo amati ed odiati e traditi... e non c'è più limite.
Sfreccia in cielo un aeroplano
Io ti amo e non ti penso mai
Penso a quello che ci resta
Vola l'aeroplano... Va lontano,
Vola su Baghdad
Noi voliamo invano.
Per inciso, sabato scorso mi hanno onorato con tanto di cerimonia e pranzo in locale di pessimo gusto, una pagliacciata di proporzioni mai viste. Qualcosa ho quagliato, è vero, ma che fine farò? Ho una gestione previdenziale, sai che soddisfazione, e la vita? Dovrei almeno riuscire a smettere di contare la gente che prenderei a schiaffi...
A farmi compagnia in questo periodo anche le disgrazie di un paio di amici. O fortuna, velut luna statu variabilis.