Cambio tono (su molteplice richiesta) ovvero gli itinerari di un cinefi(g)l(i)o
Per non (ri)cadere nel necrologio trito e lamentoso, faccio un passo indietro di qualche anno. Poteva essere il duemiladue, periodo in cui la Curia viveva con infantile entusiasmo la scoperta del cinema dei due colossi scomparsi ieri. Ricordo ancora benissimo come una delle prime riflessioni fu "Ma il cinema può essere anche così?". Io che fino ad allora ero abbastanza nauseato da quanto mi era capitato di vedere in televisione o al cinema nel corso degli anni, seppur convinto delle potenzialità del mezzo cinematografico, decisi di erudirmi e scoprire. Credo di aver visto in quel periodo Il grido di Michelangelo Antonioni. Mi piacque da morire, pur nell'impossibilità di cogliere molti dei dettagli formali e linguistici di cui tutta la sua produzione era costellata, un po' per immaturità, un po' per ignoranza. Ero lo spettatore medio, insomma, solo lievemente più curioso. Beninteso, lo sono anche oggi, ma con molto più allenamento sugli occhi. Sostenevo fortemente la pari dignità del cinema rispetto a tutte le altre arti, ma non ne conoscevo né le forme né i contenuti. Diventare cinefilo per un ragazzotto del sud era un'impresa, la forza della curiosità doveva essere necessariamente dirompente, ma andava sostenuta. Avevo sentito parlare di Ingmar Bergman, conoscenze da Settimana Enigmistica e qualche racconto di mia madre che, da ragazza, lo aveva amato. Vidi Il settimo sigillo durante l'estate, una cassetta doppiata in italiano, su richiesta di un mio amico. Coinvolgemmo tutta la Curia di allora e i consociati e, come si poteva prevedere, le reazioni furono molto discordanti. Non dimenticherò mai un commento fantozziano: "Non proponetemi più film di Bergamo!" - la città o l'ex designatore arbitrale? "Mi sono rotto i coglioni!". "Bergman, non Bergamo!" Ma il mio amico fece finta di non capire e preferì dissacrare. Emotivamente molto più vicino allo svedese che all'italiano, sono stato educato, anche umanamente, da entrambi, dai loro film. Non sarei quello che sono oggi senza di loro, ieri ho perso due nonni a cui volevo molto bene. Certo, la morte può essere a colori, purché sia in Technicolor.


