Ricercatori incoscienti
Se in Italia c'è una categoria di persone che non sa far valere i propri diritti è quella dei ricercatori che operano nell'ambito delle scienze pure. Biologi, chimici, fisici, medici masochisti e biotecnologi accettano, di fatto, una condizione di schiavitù. Ottocentotrenta euro mensili è la cifra che percepisce un dottorando per tre anni, lavorando mediamente cinquanta ore settimanali: 3,77 euro all'ora, poco più della metà del minimo sindacale. E dicono di esser fieri di quello che fanno. Nulla di più falso. Vengo dal mondo della ricerca, meno putrido di altri ma putrescente, ho visto con i miei occhi vanagloriosi in cerca di riconoscimenti per il loro stolto stacanovismo. Neanche i ricercatori sfuggono al perverso meccanismo, tipico della classe impiegatizia, che li rende succubi di una sorta di obbligo di adulazione nei confronti del compiaciuto superiore, fermo restando che, è bene ricordarlo, la loro sopravvivenza materiale è garantita da fondi straordinari provenienti per lo più dai parenti più prossimi. Poco più di mille euro al mese sono il salto di qualità, generalmente effettuato dopo anni di precariato, accettato col sorriso sulle labbra. Senza voler sindacare sulla decisione di genitori, per così dire, iperprotettivi nei confronti dei loro laboriosi figlioli, il comportamento di alcuni, probabilmente una buona parte, condiziona lo stato di un'intera categoria di lavoratori. Al di là dell'inquietante questione che si pone, osservando come essi abbiano introiettato una falsa valorizzazione morale (?) del loro prodotto sociale, a scapito del riconoscimento di un'effettiva capacità produttiva, almeno in termini strettamente scientifici, essi non fanno che condannare se stessi e le future generazioni di ricercatori alla povertà. Tempo fa ricevetti una lettera nell'insopportabile forma di catena di Sant'Antonio, in cui mi si invitava, non fosse stato altro che per una mia pregressa appartenenza alla suddetta categoria, a firmare una petizione, una grande questua, attraverso cui si cercava di sensibilizzare l'attuale esecutivo all'idea di un aumento degli stipendi dei dottorandi, dalle ottocentotrenta euro di cui sopra alla tonda e succulenta (!) cifra di mille euro sonanti. Mi sono sdegnatamente rifiutato di sostenere la più insulsa e miserrima delle battaglie per una serie di ragioni. La prima è di natura puramente economica, la cifra pretesa è assolutamente insufficiente: 4,54 euro all'ora non sono ancora il minimo sindacale. La seconda, ben più importante, è una questione di principio. Se i miei carissimi ex colleghi avessero davvero ritenuto l'adeguamento dei loro redditi un diritto fondamentale, si sarebbero comportati come tutte le categorie di lavoratori che si rispettino, avrebbero incrociato le braccia, avrebbero scioperato per davvero. Perché non hanno abbandonato le loro pipette, i loro ciclotroni, beute, cilindri e centrifughe per un tempo indeterminato, bloccando, una volta per tutte, il sistema che li sta fagocitando. Non ne hanno il coraggio? Temono di perdere una pubblicazione o la stima del grasso professore che si trastulla nel suo ufficio? La verità è che il ricercatore medio lavorerebbe allo stesso modo anche per la metà della cifra che percepisce oggi e non per passione, lo farebbe bensì per un malsano egoismo. Le logiche della produttività economica vengono ormai applicate anche a quella scientifica e la forza generata dall'ambizione ottenebra la mente di chi si vede scippato un diritto, quello sacrosanto della giusta ed equa retribuzione del lavoro svolto. Non c'è bisogno di essere marxisti per sostenere la più semplice delle equazioni sociali. Si dice che il socialismo sia parte integrante della cultura europea e che parti di esso siano radicate anche nell'agire comune della gente. Evidentemente è un assunto che non vale per i dottorandi e i ricercatori italiani, evidentemente l'annientamento della coscienza di classe è un processo che miete troppe vittime, anche tra gli individui più "intelligenti".