Eclissi parziale
Il cinema riapre dopo quasi due mesi. Un gran numero di visioni si sono susseguite in sala, anche se non sono state seguite da nota alcuna. Sicuramente da menzionare Aguirre, furore di Dio e, più in generale, la folle genialità di Werner Herzog e del suo nemico più caro, Klaus Kinski. Aguirre circondato dalle scimmie è metafora del delirio di onnipotenza, della paura del tiranno jungeriana, dell'isolamento provocato dalla differenza tra l'essere e il voler essere (vedi Film Tv). Herzog è maestro di metafore. La parabola del personaggio di Bruno S. in Stroszek si conclude con le immagini degli automi, degli automatismi, della mancanza di libertà, del no alla vita come gesto estremo. Stroszek, anch'egli waldganger, prende la via del bosco, ma non lo trova perchè l'America è come la Germania.
La grande scoperta al festival di Torino è stata Lav Diaz, sconosciuto autore filippino, padre di opere fiume (anche oltre le dieci ore!), cineocchi sulla società filippina. Straordinario Batang West Side, in cui il dramma dei filippini emigrati in America è presentato senza cali di tensione, retorica e moralismi di sorta, nonostante i 315 minuti di tempo richiesti allo spettatore.
Gran colpo del Batik Film Festival (o della Rarovideo?), che ci ha permesso di ammirare Les hautes solitudes, rarissima opera avanguardista del 1974 di Philippe Garrel, vincitore a Venezia con lo stupendo Les amants réguliers, ma già divenuto famoso da tempo tra i cinefili milanesi, soprattutto per i suoi film degli anni '80 e'90. Bressoniano secondo alcuni, tra cui l'onnisciente Piero Scaruffi, unico secondo altri, tra cui lo stesso Godard, probabilmente vero padre del suo cinema, Garrel è certamente un cineasta difficile, poco visibile, non sempre vedibile e non sempre comprensibile. I film di Garrel non presuppongono una domanda, sono una risposta emotiva e l'emozione è il soggetto stesso di molti suoi film. In Les hautes solitudes la macchina da presa si sofferma in maniera estenuante sulla solitudine delle attrici, tra cui troviamo Jean Seberg, icona della Nouvelle Vague, e Nico, icona rock e garreliana, fino a mostrarne un passaggio di stato interiore. Tutto questo avviene in uno spazio indefinito (o spazio qualsiasi, alla Bresson), conta solo la verità.
Infine, è impossibile trascurare uno dei più grandi registi spagnoli di sempre (il più grande?), vale a dire Victor Erice. Tre capolavori in trent'anni, come Malick, ma con un'intensità superiore di diversi ordini di grandezza. Sublime El espiritu de la colmena, in cui i grandi temi cari al cineasta sono affrontati con la profondità propria di chi ha compreso il cinema senza risultare derivativo. L'infanzia secondo Erice è l'infanzia secondo Bergman (Fanny och Alexander). Quando il cinema impressiona su pellicola la vita distruggendone il superfluo e la banalità, non si può far altro che chiamarlo arte.
